The Autopsy of Jane Doe, il film: mai accettare campanelle dalle sconosciute

The Autopsy of Jane Doe, la recensione del film: un horror inquietante e claustrofobico, quasi accademico nel suo sfruttare gli elementi classici del genere con eleganza ed un certo rigor… mortis

È appena uscito in sala The Autopsy of Jane Doe, horror di André Øvredal con Emile Hirsch e Brian Cox. Il film è arrivato da noi semplicemente come Autopsy, per evitare la fatica di spiegare che “Jane Doe” nel linguaggio giuridico americano è il nome provvisoriamente assegnato a soggetti femminili la cui identità è ignota o tale deve restare. Eppure non era così complicato, no? Voglio dire, noi italiani usiamo parole come “odeporico” e “gargantuesco”, mica ci spaventiamo davanti ad una “Jane Doe”?!

Beh, oddio, forse in questo caso sì.

Autopsy, il poster del film horror (2017).

La trama di Autopsy

Contea di Grantham, Virginia. La casa dei Douglas è teatro di un vero e proprio massacro. Lo sceriffo Burke ed i suoi agenti rinvengono ben quattro cadaveri. Tre di questi, visibilmente martoriati, appartengono alla famiglia stessa. Appare subito evidente dalla scena del presunto crimine che i tre hanno cercato di scappare dall’abitazione. Non ci sono segni di effrazione, si fatica ad immaginare un movente. L’ultimo ad essere scoperto, poiché semi-sepolto nel seminterrato, è il corpo di una giovane donna, completamente nuda, di cui non è possibile stabilire l’identità. Una Jane Doe, appunto.

Lo sceriffo porta immediatamente il corpo della ragazza all’obitorio di zona, il “Tilden Morgue & Crematorium”. Lì il medico legale Tommy Tilden e suo figlio Austin, un tecnico abilitato, hanno appena terminato di eseguire un’autopsia. Austin sta per andare al cinema con la sua ragazza Emma (Ophelia Lovibond), quando lo sceriffo irrompe, chiedendo che vengano stabilite le cause della morte della giovane entro la mattinata successiva. È così che Austin, che vorrebbe lasciare Grantham e soprattutto l’azienda di famiglia, decide di rimanere ad aiutare il padre, rimandando l’appuntamento con Emma.

I due avviano immediatamente l’esame esterno del cadavere, che non palesa traumi evidenti. Tuttavia scoprono che i polsi e le caviglie della ragazza sono letteralmente frantumati, pur non presentando segni esterni di lesioni. La lingua le è stata asportata in maniera truce e grossolana. Gli occhi di Jane sono torbidi, come fosse morta da giorni, ma al momento dell’esame interno il suo torace sanguina, come fosse morta da poche ore. Mentre Tommy ed Austin cercano di spiegare scientificamente i dati raccolti, nell’obitorio iniziano a succedere cose sempre più inspiegabili e raccapriccianti.

Every body has a secret. Some just hide better than others.

Autopsy: Brian Cox ed Emile Hirsch interpretano Tommy ed Austin Tilden.

Scene da un obitorio

Ci sono luoghi che incutono un timore innato, come i mattatoi ad esempio, o i cimiteri abbandonati, le chiese sconsacrate ed i vecchi manicomi. Gli obitori non sono da meno ovviamente. Negli ospedali sono nascosti, quasi sempre interrati. Persino le indicazioni sono difficili da trovare, forse per non turbare gli avventori. O forse per quel concetto un po’ religioso che persino io, con tutto l’amore per la scienza che ho qui sulla scrivania, non riesco a non comprendere; quello secondo cui i corpi morti, i cadaveri, dovrebbero essere lasciati in pace. ‘Che poi obitorio deriva proprio da morte. Quello è. Ti puoi nascondere dietro la medicina legale o l’anatomopatologia, ma non dietro il termine “obitorio”. L’obitorio è morte e non si scappa. E, non so se per questioni etimologiche o per uno strano scherzo fonetico, ma anche “morgue” (“obitorio” in inglese), con quel suo suono, ricorda a noi mangiaspaghetti proprio la morte.

C’è traccia di questa oscura sacralità anche nel “Tilden Morgue & Crematorium”. L’azienda di famiglia, nata nel 1919, conserva lo stesso edificio di allora, con i suoi condotti di aerazione e giusto qualche modifica. L’obitorio è ovviamente interrato, situato sotto l’abitazione dei Tilden, cui si accede con un ascensore tutt’altro che moderno. Da spettatori, in Autopsy, familiarizziamo prima con i lunghi corridoi e le luci al neon, con gli specchi e i lavandini che gocciolano e solo dopo con i Tilden.

La sceneggiatura (per chi suona la campana)

Le dinamiche familiari tra Tommy ed Austin saranno chiare sin dai primi dialoghi. Tommy, il padre, è un uomo di scienza, dedito ai dati ed alle prove, meravigliosamente interpretato da un Brian Cox così in parte che ti sembra quasi di averlo già visto lì, in quelle vesti. Il nostro Tommy è un professionista, un tradizionalista al punto tale da usare ancora le campanelle. Le campanelle, ci spiega lui stesso, venivano legate ai piedi dei corpi nell’epoca in cui distinguere il coma dalla morte non era facile come ai nostri giorni.

La Citazione

Emma: «A che cosa serve?»

Tommy: «Ad essere sicuri che sia morto. Un tempo era difficile distinguere una persona in coma da una morta. Allora i medici legali mettevano ai corpi delle campanelle e se sentivano un ‘tin’ capivano che qualcuno non era pronto ad andarsene.»

Austin (Emile Hirsch) è un tecnico abilitato sì, ma decisamente più empatico e coinvolto dalle emozioni umane. Non a caso, infatti, nei primi minuti ci sarà già chiaro che questa non è la vita che desidera. Nonostante questo, però, malgrado i progetti con Emma e il senso di costrizione, Austin resta a Grantham in virtù di quello “stringi i denti ancora un po’” che personalmente conosco bene.

Non vedremo mai, in Autopsy, la Signora Tilden. Tuttavia sapremo, grazie alla sceneggiatura attenta di Ian Goldberg e Richard Naing, che è morta – non è venuta a mancare, non si è spenta, siamo in un obitorio: è semplicemente ed ineluttabilmente morta – un paio di anni prima, lasciandosi dietro un grande vuoto ed un gatto, Stanley, cattivello come tutti i gatti. E come tutti i gatti, Stanley ha già capito tutto dall’inizio.

Autopsy: Brian Cox ed Emile Hirsch in alcune scene del film.

La sospensione della credulità

Hai presente quando, da lettore o spettatore, metti da parte palesi incongruenze narrative e ti affidi alla storia? Si chiama “sospensione della credulità”, si verifica quando accetti che un tale riesca a non spostare il piede da una mina per oltre due giorni, o che un tizio rinchiuso in una bara sotto terra riesca a telefonare. Io ho un rapporto bellissimo con la mia sospensione della credulità: mi basta una buona storia, non importa se per raccontarmela tu debba infrangere le leggi della termodinamica. Anche perché, con tutto quell’amore per la scienza che ho sulla scrivania, di fisica non ci ho mai capito un granché.

Proprio riguardo a questo aspetto, c’è un momento in Autopsy che mi ha colpita. Il momento esatto in cui ho capito che il film mi avrebbe avuta tra i suoi sostenitori. Fuori infuria la tempesta, come nella migliore tradizione horror. Attorno ai Tilden iniziano ad accadere cose strane: la radio cambia frequenza, gli sportelli si aprono. Ad un certo punto, però, senza scossoni o jump scare, succede l’inspiegabile. È un momento esatto, credimi. E lì Tommy ed Austin, che per quanto caratterialmente diversi sono due scienziati, fanno l’unica cosa razionalmente accettabile nel contesto: decidono di darsela a gambe levate. Beh, decidono di provarci almeno. Da lì in poi attorno a loro sarà un susseguirsi di eventi raccapriccianti ed irrazionali, che loro troveranno il modo di spiegare, nell’epilogo, analizzando i dati raccolti. Per quanto sovrannaturale sia la spiegazione, i Tilden ci arriveranno con un approccio scientifico. E scusa se è poco.

Øvredal, il norvegese elegante

The Autopsy of Jane Doe è il primo film in lingua inglese del norvegese André Øvredal. Øvredal è già stimato nell’ambiente per aver diretto il mockumentary Trollhunter, che non ho ancora avuto modo di vedere. La leggenda narra che la voglia di girare un horror gli sia venuta guardando The Conjuring di James Wan ed a ben vedere le due opere hanno in comune un certo amore per il classicismo di genere. Per Autopsy, dalla sua Øvredal ha avuto anche il favore di zio Stephen King e Guillermino Del Toro. Favori e critiche positive che il norvegese merita pienamente, perché bastano pochi minuti di Autopsy per capire con chi si ha a che fare.

Quella di Øvredal è una regia elegante, fluida, per certi versi sofisticata. In un horror? Sì. In questo tipo di horror? Esattevolmente, sì. Basta osservare le sequenze iniziali, quelle dell’autopsia di Jane Doe, per capire che nonostante la situazione ed il soggetto la sua camera non indugia, non insinua, non si “sporca”. E meno l’occhio di Øvredal si sofferma, più noi spettatori ci sentiamo a disagio, quasi colpevoli di assistere all’ennesimo, ultimo strazio di un corpo, un bellissimo corpo, che ha subito ogni tipo di tortura.

Per forza di cose, Autopsy è (quasi) completamente girato in interni, illuminato da luci artificiali. Fotografia e scenografia si prendono a braccetto e fanno un buon lavoro, ma non è questo che ti resta. Quello che resta è il sonoro, spesso squisitamente diegetico, derivante, cioè, da fonti interne alla narrazione. In Autopsy abbiamo a che fare con la radio, le campanelle e una canzoncina, una dannata canzoncina.

Open up your heart and let the sun shine in

Autopsy: Olwen Kelly è Jane Doe

Jane Doe: e giacque come corpo morto giace

E poi c’è lei, Jane Doe, che ho lasciato volutamente per ultima. Interpretata da Olwen Catherine Kelly, Jane Doe è bellissima, di una bellezza disumana, bella da morire. E non so se per merito della Kelly o della costruzione scenica, ma paradossalmente proprio il suo viso, che dovrebbe essere inespressivo (essendo morta), riesce invece a suscitare pietà, tristezza e terrore. I suoi occhi, quegli occhi plumbei, che ti fissano dallo schermo per interminabili secondi, contribuiscono a creare la tensione che caratterizza l’ottima prima parte del film. E da un momento all’altro quasi ti aspetti che possa muoversi…

Il finale di Autopsy

No, non ti dirò se Jane Doe si muoverà o meno, né se andrà a finire come nel video di Anna Molly degli Incubus. Ti dirò piuttosto che nel finale la spiegazione agli eventi c’è e che non la avevo nemmeno lontanamente subodorata. Forse non è appagante come vorresti, ma non è questo il punto. Ti dirò anche che non mi aspettavo quell’epilogo, elegante e cattivello, come il gatto Stanley. E che c’è un retrogusto amaro al solo pensare a tutte le Jane Doe nel tempo e nel mondo. Ti dirò infine che sì, val la pena concedere una visione ad Autopsy, perché se da un lato non racconta nulla di particolarmente nuovo, dall’altro lo fa con una delicatezza ed una maestria che non vorresti perderti.

Autopsy: la scheda del film

  • Titolo originale: The Autopsy of Jane Doe
  • Nazione: U.K., U.S.A.
  • Anno: 2016
  • Durata: 86 minuti
  • Regia: André Øvredal
  • Sceneggiatura: Ian Goldberg e Richard Naing
  • Fotografia: Romain Osin
  • Montaggio: Patrick Larsgaard e Peter Gvozdas
  • Musiche: Danny Bensi e Saunder Jurriaans
  • Cast: Emile Hirsch, Brian Cox, Olwen Kelly, Ophelia Lovibond, Michael McElhatton
  • Genere: horror, thriller da interno, anatomia comparata (alla morte)
  • Data d’uscita italiana: 8 marzo 2017
  • Se ti piace guarda anche: Split (2017).
  • Trailer ita:
La felicità è reale solo se...
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4 Commenti

  1. Cassidy 13 marzo 2017
    • StepHania Loop 13 marzo 2017
  2. James Ford 13 marzo 2017
    • StepHania Loop 14 marzo 2017

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